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Il lupo, capuccetto rosso e la nonna

Scritto da:

Elia Mercanzin

Nel momento in cui cappuccetto rosso bussa alla porta, il lupo ha appena finito di nascondere il cadavere della nonna sotto al letto e a indossarne la cuffia e la vestaglia.
Si infila rapido sotto alle coperte, spegne una delle candele in modo da creare la giusta penombra.

Attardatasi lungo il cammino la ragazzina si sente finalmente al sicuro, il bosco tetro e minaccioso ora fa meno paura; i suoi anfratti, i suoi rumori, il suo respiro pesante sono alle spalle ormai.
Domani alle prime luci dell’alba farà ritorno a casa.

“Nonna? posso entrare vero?”
Senza attendere risposta, sgattaiola dentro e con un sospiro di sollievo chiude la porta dietro di se.

“Non accendere altre candele piccola mia” sussurrò il Lupo. “La Nonna tua ha gli occhi stanchi e preferisce il buio”.
“Che voce strana…” pensa tra se e se la piccola ma obbedisce, rimette a posto i fiammiferi e si siede sulla seggiola ai piedi del letto.
“La vecchiaia cambia la voce anche agli usignoli tesoro” si affrettò a dire il Lupo, come se avesse letto nel pensiero della ragazzina.
“Certo Nonna, hai ragione”.

“Che bello esser qui Nonna, ho avuto tanta paura… al villaggio il Signor Sindaco dice che c’è un Orco spaventoso che abita nel bosco…”.

La testa del lupo, nascosta dalla cuffia enorme della Nonna, fa su e giù in segno di conferma.

“Pensa Nonna!”,  riprende la ragazzina, “lo scemo del villaggio va in giro a dire a tutti che il vero pericolo sono i lupi e che i lupi son diventati molto astuti!
Che buffo!
Lo sanno tutti che i lupi non abitano più nel bosco, nessuno li ha più visti da tanto, tanto, taaanto tempo!
Nemmeno il signor Sindaco, che è stato tanti anni in città a studiare, sa dirci com’è fatto un lupo!
Non se lo ricorda più! Ah! Ah! Ah!”.

La Nonna-Lupo fatica a controllare l’impeto di una risata e continua a confermare con la testa mentre il suo sguardo sinistro si posa sui polpacci pasciuti di Cappuccetto Rosso, pregustandone il sapore.

Da queste parti, noi di lupi in carne ed ossa non abbiamo memoria.
Ne abbiamo sentito tanto parlare, così tanto da arrivare alla noia o, nel migliore dei casi, a soffermarci sulla superficie liscia di immagini un po’ naif e grottesche: lupi in divisa con la mascella volitiva, ridicoli baffetti neri o voluminosi baffoni.
Oppure cuccioli di lupo con gli anfibi e teste rasate; lupi ululanti alla folle dal palco di qualche comizio.
Ce li immaginiamo solo così: una specie di imprinting culturale, un clichè, un canovaccio sempre uguale.
Un condizionamento che ci impedisce di attivare meccanismi di difesa quando cambia il contesto ma non la sostanza.
Siamo talmente stupidi e boriosi, pieni di pseudo-cultura spocchiosa e sofisticata utile a tutto tranne a ciò che realmente la cultura dovrebbe servire: riconoscere i pattern che si ripetono, costruire le chiavi di lettura per decodificare la mutevole realtà, andare oltre le apparenze, acuire i sensi.

Evolvere.

Seduti ai piedi del lettone della Nonna, nella penombra di questi tempi lugubri non siamo in grado di riconoscere in quella figura che gonfia le coperte, il Male, lo stesso Male di sempre, quello che ha percorso i secoli, che non se n’è mai andato e che anela le stesse prede, oggi come ieri.

La cuffia, la vestaglia, l’ambiente familiare basta a confonderci, ad abbassare la guardia… basta così poco…
Siamo così storditi e ottusi da tradurre noi per primi i messaggi di una propaganda melliflua in verità rassicuranti; così cinicamente ottenebrati nei sensi da non percepire il tanfo della morte dei nostri simili; così infantili da credere alle complici mistificazioni di chi veste panni autorevoli; così spaventati da ridicolizzare chi cerca di lanciare l’allarme.

Siamo una massa di stupidi Cappuccetto Rosso.
Lo siamo sempre stati.

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