Sabato mattina, pulizie di casa.

Per spolverare l’anonimo mobile ikea adibito a libreria, estraggo a gruppi di 5 o 6 i vari libri riponendoli alla rinfusa sul tappeto dietro di me.
Veloce passata all’interno della nicchie e veloce spolveratina ad ogni volume prima di rimetterlo a posto.
L’operazione mi obbliga a posare lo sguardo per almeno 3 secondi su ognuno di essi: gran parte dei titoli sono opere lette ormai anni fa… di alcuni nemmeno ricordo la trama con esattezza, di altri ignoro del tutto come siano finiti qui.
Capita.. non tutti sono capolavori memorabili.

E questo?
“Cecità” di Josè Saramago.

Il volume è a dir poco “vissuto”, il dorso grigio è sgualcito con macchie bianche dove il colore se n’è andato, le pagine esternamente ingiallite.
Ricordo di averlo prestato a “qualcuno” che, se non sbaglio, se lo portò al mare, in Grecia forse, quell’estate del 2003.
(Non abitavo ancora “in via Torino 40”).

Lo sfoglio e ne rileggo una pagina a caso come per rientrare, dalla finestra lasciata socchiusa, in una stanza lasciata tanto tempo prima; entrando ritrovo, riconosco e ricordo tutto, addirittura il momento in cui si fece trovare tra decine e decine di altri libri in quel negozio.
Eh sì, perchè non c’è dubbio che i libri si fanno trovare al momento giusto.

Il romanzo di Saramago racconta di un’improvvisa epidemia che colpisce un non ben definito paese del mondo. L’epidemia causa una strana cecità alle sue vittime, non togliendo soltanto il senso della vista ai poveri malcapitati, ma dandogli la sensazione di essere invasi da una intensa luce bianca, simile ad un “mare di latte”.

Tutto, dal soggetto, allo stile di scrittura, ai personaggi, alle infinite simbologie e digressioni improvvise, mi conquistò.

Per cercare di capire cosa possa esserci all’origine dell’epidemia di cecità,il governo decide di trasferire i contagiati in un ex manicomio, adibito per l’occasione a presidio per la quarantena. Gli ospiti dell’ex manicomio, sono impossibilitati ad avere contatti con l’esterno, e iniziano una vita di clausura e convivenza forzata, che darà inizio ad un serie di eventi poco piacevoli. Il continuo diffondersi della cecità fa riempire in men che non si dica l’improvvisata zona  di quarantena, aumentando il disagio per i suoi preoccupati abitanti.

Non nascondo la difficoltà iniziale di entrare in sintonia con i personaggi che non hanno nome ed i dialoghi non segnalati in alcun modo, così che anche il lettore possa sentirsi spiazzato come un cieco che debba riconoscere da che parte provenga una voce.

Gli uomini e le donne richiusi nell’ex manicomio iniziano a dimenticare le più elementari leggi del vivere sociale, complici le terribili condizioni di vita e la totale assenza di controllo. In una situazione di panico estremo, alla quale non pare esserci soluzione, i personaggi di questo libro  danno libero sfogo ai più nascosti istinti primordiali, mostrando il peggio dell’animo umano.

Ad ogni opera d’arte, a prescindere dalla forma, diamo un nostro personale senso e di essa cogliamo il messaggio, a prescindere dalla sua qualità percepita.
A volte esso svanisce subito a causa della sua inconsistenza, altre volte rimane li lasciandoti indifferente o perplesso.
Altre volte, invece, questo lascito diventa una presenza interiore costante che, con l’andar del tempo, si moltiplica e stratifica progressivamente in svariati livelli.
Stratificazione alimentata dal vissuto personale che reinterpreta significati o che ne crea di nuovi.

Saramago scrive a tinte fosche la psiche, l’istinto e la realtà dell’uomo che annulla millenni di evoluzione biologica, sociale e culturale, quando la paura e la lotta per la sopravvivenza sono gli unici elementi che lo costringono a continuare a respirare.
Mi sorprendo a riflettere sul senso di e della “Cecità”, oggi.
E stratifico.
La situazione sociale e civile (ancor prima che economica) che ci circonda è il risultato di una cecità interiore antica, cronica, una bizzarra forma di malattia autoimmune rafforzata dall’esterno, che si è evoluta nel tempo, diventando sempre più resistente, quasi inattaccabile.
Ci sono persone che “non vedono” perchè nemmeno sanno di avere occhi.
Ci sono persone che “non vedono” per evitare di doversi confrontare con la realtà e non correre il rischio di dover cominciare a camminare con le proprie gambe, scegliendo la propria direzione di marcia.
Ci sono persone che “non vedono” per restare nel loro confortante e opalino “mare di latte”.

La cecità odierna è una forma devastante di ignorante passività e di infantilismo esistenziale.

Mi rattrista e inquieta la consapevolezza che non è lontano il tempo in cui ci saranno tutte le condizioni per cui gli uomini e le donne, accecati dall’inconsapevolezza su ciò che li circonda e annichiliti dal panico, inizino a dimenticare le più elementari leggi del vivere sociale, dando libero sfogo ai più nascosti istinti primordiali, mostrando il peggio dell’animo umano.

Prevedo, quindi, non una rivolta sociale bottom-up, verticale, verso le autorità o i soggetti istituzionali ritenuti colpevoli della situazione che si sta creando bensì uno scomposto e irrazionale deflagrare di comportamenti e dinamiche distruttive per linee orizzontali, verso i propri simili o categorie divenute “caprio espiatorio”.
Uno contro l’altro, la classica guerra tra poveri.
Perchè la non conoscenza, l’ignoranza, l’inconsapevolezza delle cause primarie non può che avere come output azioni e comportamenti violenti verso se stessi (senso di colpa, suicidio) o verso il proprio vicino colpevole di insidiare il proprio, sempre più risicato, spazio vitale.

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