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Son stato qui per la prima volta all’inizio di settembre del 2004, le olimpiadi si erano appena concluse e tutto il paese era ancora euforico per la storica vittoria della squadra di calcio agli europei. La crisi in Grecia ancora non c’era, anzi, allora tutto sembrava promettere un futuro radioso che, per chi ha seguito il percorso degli ultimi 5 anni, dovrebbe essersi trasformato in un incubo.

Uso il condizionale perché il mio punto di vista è quello di un osservatore esterno che negli ultimi anni ha assistito all’evoluzione dei fatti da lontano, al sicuro dietro allo schermo di un computer, in qualche modo, quindi, sempre da una posizione di retrovia, potenzialmente non oggettiva.
Rispetto alle successive frettolose visite, grazie all’ospitalità di amici, ho avuto la possibilità di ritornare ad Atene in questi caldi giorni in cui si svolgono le trattative tra il governo greco e le istituzioni ex-Troika, per verificare con i miei occhi, per parlare con la gente, per toccare con mano la realtà pur sapendo che in ogni caso sarà una visione parziale nel senso di incompleta, limitata, per ovvie ragioni.

Come se dovessi atterrare su di un pianeta alieno, devastato da una tempesta di meteoriti, la mia aspettativa immediata è quella di trovarmi di fronte evidenti segni di degrado, di decadenza, di imbattermi immediatamente nelle conseguenze pratiche delle politiche di austerità introdotte negli ultimi anni.
Mi rendo conto che si tratta di un pensiero irrazionale.
L’aeroporto è ben tenuto, efficiente, l’autostrada verso la città e il panorama dell’immediata periferia appaiono assolutamente “normali” cioè con le caratteristiche tipiche di un paese mediterraneo o, in ogni caso, a memoria per nulla diverse da ciò che vidi anni addietro.

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Di buon mattino ma in un orario scelto per evitare i pendolari, da una stazione a nord della città, dalla zona residenziale per intenderci, utilizzo un treno della linea ferroviaria extraurbana con destinazione la stazione Larissis da cui poi prendere il metro verso il centro storico.
Il viaggio è di circa 30km e ho il tempo di osservare l’umanità che mi accompagna.
Studenti, pensionati, tutto ordinario.
All’arrivo, in stazione, noto la presenza ben visibile di vigilantes privati, primo segno, penso io, delle manovre di privatizzazione dei servizi.
Nessun poliziotto all’orizzonte.
Lungo il tragitto a piedi verso l’adiacente stazione della metro mi guardo attorno e anche qui mi appare tutto normale, compresi i giovani che all’entrata dei sottopassaggi propongono abbonamenti a ricaricabili, ben vestiti nella tenuta d’ordinanza delle varie compagnie telefoniche.
La metro è pulitissima, non troppo affollata; il treno della linea rossa è di quelli moderni con aria condizionata, la linea che porta direttamente ai landmarks più famosi della città come l’Acropoli, piazza Syntagma e piazza Omonia la mia destinazione in cui le varie anime della città si incrociano, si mescolano.
Su di essa si affacciano bar, ristoranti, negozi di abbigliamento e telefonia per tutti i gusti, agenzie di viaggio, chioschetti vari tutti animati da una umanità eterogenea: turisti, musicisti di strada, venditori di “gratta e vinci”, impiegati e business man di passaggio, promotori di biglietti per i classici tour della città sui bus scoperti.

La realtà arriva ed ha i capelli bianchi.

La si percepisce osservando ciò che non si muove, in mezzo alla confusione, al rumore, al via vai della gente.

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Non si muove questo anziano che dorme sulla panchina alla fermata del bus, si muove lentamente questa signora senza dentiera che non ha nemmeno la forza di attrarre l’attenzione dei passanti sui suoi “Gratta e vinci”.
“Gratta e vinci” che ti vengono offerti dappertutto, come ho visto in Spagna e in Portogallo un paio di mesi fa.

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É anziano questo signore incosciente sulla panchina della stazione, sudato, mezzo scalzo, sporco di uno sporco non sedimentato, non sembra essere un clochard.
La sacca del drenaggio a cui è attaccato è per terra sul pavimento vicino a lui (nella foto è nascosta dalla ragazza in primo piano) e penso che questo nonno non dovrebbe stare li, no, non ha senso, qualsiasi sia la sua storia.
“Com’è possibile arrivare a questo?” mi domando mentre salgo sulla metro verso il centro storico.

Gli anziani: mi rendo conto che loro rappresentano la faccia della crisi, quella che non si riesce a nascondere.
Sono loro i più indifesi, quelli che si son trovati a doversi arrangiare, a sopravvivere.
Quelli totalmente abbandonati.
Certo, la Grecia non è mai stato un paese ricco, non ha mai nascosto le sue contraddizioni, la sua storia, la sua faccia sporca, trasandata, il sua carattere noncurante ma certe scene non mi era mai capitato di vederle in precedenza.
Rifletto che forse la Grecia ha perso o sta perdendo ciò che la salvava: la dignità.

Dove c’è il turista è tutto ok

Cammino nella zona di Monastiraki, ai piedi dell’Acropoli, il cuore turistico della capitale, il caldo è opprimente ma è normalissimo come è ordinario il panorama che mi circonda, bancarelle, turisti, venditori ambulanti, bar, negozi di souvenir ammassati nelle stradine, tutto normale.

Flea Market at Monastiraki

“La gente qui è disillusa”

Questo mi dice Nicolaos, seduto di fronte a me sul treno di ritorno verso la periferia.
Lavora da dipendente in una piccola ditta di idraulica, è un appassionato di musica elettronica, ha studiato in Inghilterra.
“Sappiamo che la Germania ci sta fregando e che l’€uro è marcio ma quasi nessuno si interessa veramente e quasi tutti danno la colpa ai politici corrotti”.
Ha la faccia pulita Nicolaos (“You can call me Nick if you want”) e parla con calma, con calma rassegnazione.
“Avremmo dovuto uscire dall’euro 5 anni fa, ora è troppo tardi, siamo tutti più stanchi e più poveri di prima”.
Gli faccio notare che proprio perché ora avrebbero meno da perdere che si dovrebbe trovare il coraggio per farlo.
“Hai ragione ma a questo punto a nessuno interessa come andrà a finire perché in un modo o nell’altro sappiamo che finirà male”.

Quelli che se la passano (apparentemente) bene

Li trovo riuniti per un battesimo a cui in pratica mi sono imbucato a seguito degli amici che mi stanno ospitando.
La location è esclusiva, il parcheggio è affollato di SUV e auto sportive tedesche, gli invitati sfoggiano quanto di meglio si può sfoggiare in termini di abbigliamento, trucco, acconciature, accessori e tecnologia portatile.
Stringo la mano a chirurghi, notai, professionisti e relative consorti: difficilmente potrei, nella mia vita normale, accedere ad eventi del genere.
Sorvolo sul senso di artificiale che circonda l’occasione religiosa, niente di nuovo.
I retroscena sui vari personaggi che mi vengono sussurrati all’orecchio da chi mi accompagna mentre il pope ortodosso in trasferta procede con la liturgia, rivelano una realtà meno scintillante e sorridente fatta di nevrosi, ipocrisie e miserie umane assortite che compongono l’affresco di una fetta di società greca scollegata dalla realtà circostante, chiusa nella propria torre di avorio, aggrappata ad un benessere rapidamente conquistato, ostentato in maniera pacchiana quasi a voler esorcizzare i fantasmi che lo minacciano.

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At the beach

Il mare a pochi chilometri dalla leggendaria cittadina di Maratona fa da sfondo a quest’altra enclave per i greci privilegiati, meno esclusiva di quella del battesimo ma di sicuro gli ombrelloni, i lettini, il sottofondo musicale, il bar, i giovani con iphone e occhiali da sole assieme alle coppie attempate che giocano a racchettoni di fronte a me non rimandano a crisi, povertà, tristezze anzi l’atmosfera che si respira è tutto sommato serena.
Sarà l’estate.

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Iannis, un conoscente incontrato per coincidenza proprio qui, si siede sotto il nostro ombrellone e colgo l’occasione per chiedere la sua opinione sulla situazione.
La sua risposta denota una buona conoscenza dei retroscena economici e la consapevolezza che il ritorno alla Dracma sarebbe da preferire a qualsiasi altro accordo con l’Europa ma “il problema”, dice “è che noi greci non produciamo nulla, importiamo tutto! Con che soldi potremmo comprare le cose, le auto, il petrolio? Con la dracma?”
Gli faccio notare con un pizzico di ironia che anche prima dell’euro in Grecia giravano le auto, la gente si vestiva e c’era l’elettricità.
“Sì, è vero ma tutto ciò che veniva dall’estero costava di più mentre con l’Euro tutto è diventato più accessibile per noi greci come anche per voi italiani, giusto? Prima compravate Fiat adesso comprate Volkswagen o Mercedes. Purtroppo noi non abbiamo Fiat. Non abbiamo nemmeno più le industrie agroalimentari che hanno chiuso o son state comprate dai tedeschi. Per l’Italia uscire dall’euro sarebbe come cadere dalla sedia, per la Grecia sarebbe come precipitare dal secondo piano!”
Mi sembra chiaro che per Iannis, avvocato di Atene, benestante, la preoccupazione principale sia di perdere l’accesso abbastanza comodo agli agi e ai prodotti che compongono uno stile di vita ormai irrinunciabile.
“Se avessero tagliato subito 300.000 dipendenti pubblici forse oggi la situazione sarebbe migliore”.
Mi aspettavo questa affermazione.
Replico dicendo che la percentuale di dipendenti pubblici in Grecia è in linea con la media dei grandi paesi europei e che quindi probabilmente la soluzione è rendere più efficiente il loro lavoro, non licenziarli.
“Può essere” risponde Iannis “ma senza 300.000 stipendi da pagare il governo avrebbe più soldi”.
“Ma avresti 300.000 persone con relative famiglie in mezzo a una strada che non potrebbero più comprare nulla, ne fare la spesa al supermercato tirando ancora più giù l’economia. Non mi sembra una buona idea” gli faccio io.
Mi sorride, mi saluta calorosamente e torna al suo ombrellone.
Anche qui tutto ciò che è pubblico, statale è il capro espiatorio dei problemi.
Anche qui si parla di licenziare centinaia di migliaia di persone con una leggerezza che mi lascia sconfortato, come se si stesse parlando di polli o caramelle.

Asimmetria informativa

Il quartiere in cui mi trovo, a nord della città, si può definire come benestante, qui abita la piccola borghesia ateniese.
Dall’altra parte, sulla collina di fronte, a est, si vedono le ville degli armatori, dei grandi avvocati, dei medici di grido, dei politici, dei grandi funzionari pubblici.
Maria, lavora (spesso da casa) nella ditta di famiglia, importatrice di materie prime industriali.
È una persona colta che si esprime in un ottimo inglese.
Ci troviamo a parlare sul patio della casa che mi ospita, è un’amica di famiglia.
Lei fa parte di “quelli che stanno bene”, glielo si legge in faccia mentre parliamo del più e del meno, lo si intuisce non solo dal suo SUV parcheggiato fuori ma anche dal distacco istintivo con cui parla della situazione del welfare in Grecia o della disoccupazione.
Il suo non è cinismo, semplicemente sono problemi che non la toccano.
Non perdo occasione per indagare sulle sue opinioni in merito alle cause della crisi.
Ciò che ne esce è il “solito” mix confuso di luoghi comuni più o meno veritieri: politici corrotti che hanno creato il debito, Germania cattiva ma popolo greco arruffone e ignorante.
Intuisco che non ha nemmeno la consapevolezza di quanto la prosperità della sua azienda sia stata favorita dall’Euro in quanto importatrice di beni dall’estero quindi le concedo almeno la buona fede sul tema.
Si dimostra interessata a capire, pone domande che io mi son sentito porre mille volte qui in Italia e così finisco per fare un monologo sulle tematiche monetarie, sulla differenza tra debito pubblico e debito privato, su come funziona il sistema bancario e finanziario nell’Eurozona.
Il suo sguardo tradisce un misto di sorpresa e inquietudine.
Non sono certo io il genio della situazione, i concetti sono semplici: il problema, ne ho la conferma, è che siamo di fronte a ignoranza tecnica, alla totale estraneità di fronte a determinati argomenti, all’incapacità di ragionare affrontando le cose nella loro essenza lasciando da parte le modalità di pensiero veicolate dai mass-media che anche qui hanno svolto un ruolo decisivo nel mantenimento dello status quo.
“Che interesse avrebbero a rovinare la Grecia?”
Le parlo di nazioni da conquistare con strumenti nuovi; le parlo di controllo sulle persone attraverso la paura; le parlo di sete di potere, non di avidità: le parlo di ciò che l’umanità ha visto dalla notte dei tempi.
Dopo cena vedo Maria armeggiare con il suo iPhone.
“Si scrive così il nome di quella famiglia mezza ebrea e mezza tedesca che hai nominato?”
Forse, dico forse, in questo momento starà collegando i primi puntini della figura nascosta.

“Pensano che siamo tutti stupidi”

In circa un’ora e mezza di traghetto ci si lascia alle spalle Atene e si arriva all’isola di Agistri.
Non è famosissima ne la più bella ma è abbastanza comoda.
Per arrivare al porto del Pireo si devono attraversare i quartieri più meridionali della città, quelli più popolari.
L’attraversamento lo faccio con la metro di superficie e dai finestrini osservo il panorama composto da condomini e palazzi costruiti negli anni 60 e 70, intervallati da fabbriche e magazzini abbandonati, scheletri di costruzioni lasciate a metà, cavalcavia e viali trafficatissimi.
Sarebbe interessante scendere e incontrare l’umanità che vive in questo scenario per aggiungere ulteriori tasselli al mosaico che mi sto costruendo ma oggi non è possibile, il ferry boat ci aspetta.
Agistri è placidamente turistica almeno in questo periodo dell’anno: i locali e le spiagge sono mezze vuoti, i piccoli hotel hanno disponibilità senza grossi problemi.
Dopo aver regalato una giornata splendida, verso sera il tempo peggiora: minacciosi nuvoloni scuri si addensano all’orizzonte, provenienti dal continente e nel giro di 15 minuti un potente temporale si abbatte sull’isola.
Il proprietario del piccolo e grazioso hotel dopo aver combattuto la sua personale battaglia contro la tensostruttura che dovrebbe proteggere la terrazza da simili eventi, si gode una sigaretta seduto ad uno dei tavoli, mentre la pioggia filtra copiosamente verso l’interno da un punto di congiunzione tra il telo trasparente e l’intelaiatura metallica che lo sorregge.
Si accorge che sto osservando il problema e mi dice “ho speso un sacco di soldi per metter su sta roba ma se la apri troppo velocemente in qualche punto non copre come si deve”.
Questo è l’inizio della conversazione che poi si sposta verso un altro genere di tempesta.
“I tedeschi credono che gli altri siano stupidi. Pensano che noi greci, voi italiani, siamo tutti stupidi. Dobbiamo uscire dall’euro e mandarli a farsi fottere. Con i loro soldi possono baciarmi il culo.”
Forse il temporale ha messo questo signore di cattivo umore.

“Dovremmo cominciare a parlare con il nostro vicino di casa”

Sono di nuovo alla stessa stazione di periferia da cui sono partito l’altro giorno verso il centro città.
Oggi invece la mia destinazione è l’aeroporto, il viaggio è finito.
Mentre ritiro il biglietto e il resto dallo sportello della biglietteria mi accorgo che seduto sulla panchina a un paio di metri da me c’è un signore anziano che borbotta tra se tenendo in mano uno di quei bicchieroni di carta da fast food, logoro e scolorato.
Una signora gli passa oltre velocemente e lui non fa in tempo a chiedere l’elemosina.
La segue con lo sguardo, sorride con uno di quei sorrisi un po’ instupiditi e bofonchia qualcos’altro.
È spettinato, barba incolta e un vistoso alone all’altezza dell’inguine.

“Ognuno di noi è chiuso nel proprio mondo di problemi, non ci parliamo l’un l’altro. Non siamo uniti, ognuno pensa per se” dice Georgos, un ragazzo sui 30 anni che mi si è affiancato sotto la pensilina lungo i binari, in attesa del treno.
Mi ha rivolto lui la parola questa volta e così parliamo un po’ di tutto, mi chiede da dove vengo, come va in Italia, come va da quelle parti.
“Molti miei amici se ne sono andati via, io non posso perché non ho studiato e così il mio lavoro è distribuire volantini in bicicletta” mi dice in un inglese un po’ avventuroso.
“Il problema dei Greci è che iniziano a lottare solo quando toccano il fondo e in questo momento molti pensano che il fondo sia ancora lontano perché si può sempre stare peggio di come si sta”.
Ecco un altro motivo per cui la Grecia è stato l’esemplare scelto per l’esperimento.

Con occhi diversi

Giovedì vengo a sapere che la sera precedente si è svolta una manifestazione ad Atene, a supporto del governo, contro le istituzioni europee alla vigilia degli incontri decisivi per il famoso accordo.

http://www.theguardian.com/business/live/2015/jun/17/greek-crisis-austria-default-ecb-banks-live

http://www.theguardian.com/business/live/2015/jun/17/greek-crisis-austria-default-ecb-banks-live

L’immagine è eloquente e può far pensare ad una partecipazione popolare notevole ma alla luce di quanto ho visto e sentito, tuttavia, essa è altamente fuorviante: si parla di 50.000 persone cioè più o meno l’1% della popolazione della città, il nulla.
Nessuno di coloro con cui ho parlato ne aveva fatto cenno, in città non avevo visto promozione, volantinaggio, megafoni, striscioni.
Un nulla che ti consente di guardare ai fatti con uno sguardo diverso, meno romantico.
50.000 persone in una metropoli come Atene sono niente, grossomodo come il pubblico di una partita allo stadio olimpico nei tempi d’oro.
Ci si aspetterebbe ben altro in un momento così drammatico per il paese.

La cavia perfetta

Un piccolo popolo, per metà concentrato in una capitale caotica, disordinata, in cui le persone sanno solo ciò che accade nella cerchia delle proprie conoscenze, al massimo del proprio quartiere.
Una comunità di persone che ha gran poco di comunità: tutto ciò che è bene comune, dai giardini pubblici, alle strade, agli arredi urbani è trascurato quando non abbandonato.
Lo si vede dalle piccole cose, non c’entra la crisi, è sempre stato così.
Una nazione atavicamente povera, guidata da sempre economicamente e politicamente da una elite ristretta di ricchi che ha usato il clientelismo per mantenersi al potere consolidando un consenso basato sul ricatto, su favori da distribuire verso il basso, appoggiata ideologicamente da un’altra fascia minoritaria di benestanti che deve il proprio status proprio a questa separazione virtuale in caste della società.
Una società dal tessuto sfilacciato, al cui interno l’associazionismo è fenomeno rarissimo e l’individualismo endemico.
Intere fasce sociali, poco informate, culturalmente inevolute, per decenni relegate ai margini, adescate con il miraggio di un benessere a portata di mano e condotte piano piano sull’orlo del precipizio, grazie ai meccanismi perversi propri di una moneta unica diventata cavallo di Troia per la conquista economica di un intero paese da parte dei potentati stranieri.
La cavia perfetta, la vittima predestinata.

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