Ciò che manca è l’amore degli italiani per l’Italia.
Non è colpa degli “italiani”, poracci, perché esiste un problema strutturale: l’Italia “nazione” non c’è e non c’è mai stata.  Noi, i presunti “italiani”, intesi come comunità che si riconosce tale, non esistiamo. Ma c’è una speranza: il nostro pragmatico, atavico, inguaribile individualismo.

Sentirsi “nazione”, “connazionali”, è ben diverso dal possedere lo stesso passaporto, tifare la stessa “nazionale” e parlare – ufficialmente – la stessa lingua. Prevede la condivisione di un profondo senso del “noi”, di una serie di simboli, tradizioni, costumi e miti comuni. Prevede la garanzia di protezione fornita da un “qualcosa di più grande”, la fiducia nella solidarietà reciproca, un senso di fratellanza fra sconosciuti che non si può instillare artificialmente.
Gli italiani – la sommatoria delle genti italiche per meglio dire – semplicemente si sono ritrovati a convivere, senza sapere esattamente come e perché e senza preoccuparsi granché di non saperlo, a dire il vero.

L’Italia non è mai stata unita: è stata tenuta unita.

L’italiano contemporaneo, di fondo, è individualista, lo sappiamo tutti. Per tradizione atavica, per istinto. Un distillato dei mille campanili, dei principati, delle signorie, dei comuni per secoli indifferenti oppure, più spesso, ostili l’uno verso l’altro, esposti, come se non bastasse la conflittualità interna, a cicliche invasioni da oltralpe. Non c’è alcun giudizio morale in questo: semplicemente ciò che è stato in passato risuona in ciò che è oggi, è la natura del campo morfico della penisola italica, uno straordinario mosaico di diversità che processi storici e politici artificiali hanno costretto in un recinto comune.

L’italiano medio (userò questa etichetta per praticità e per non generalizzare troppo) nutre spontaneo amore verso la propria casa e la propria famiglia, il proprio paesello, la propria cittadina. Oltre il raggio dei 20 o 30 kilometri ci sono i forestieri, gente di cui diffidare, gente strana che parla in modo diverso, che si comporta e vive in modo diverso. Una potenziale minaccia. Chiedete ai livornesi dei pisani e viceversa. Ai leccesi dei baresi oppure ai veronesi dei vicentini.
Egli è certamente diverso dal suo corrispondente medievale. Si viaggia, si lavora, ci si sposa. Gli ultimi 70 anni di vita unitaria, mamma Rai, la scuola, l’emigrazione interna hanno mischiato le carte e smussato le asperità ma di fondo persiste quel senso di estraneità istintivo.  Un atteggiamento di diffidenza e pregiudizio pronto ad allentarsi dopo un brindisi o una chiacchierata, certo, ma che rimane latente, attivo in background, la cui forza è direttamente proporzionale alla distanza geografica tra le persone coinvolte.

L’italiano medio si preoccupa di sé e dei propri cari. Al massimo delle persone che sente a sé affini, somiglianti. Tutti gli altri arrivano dopo, se c’è tempo e modo e, in ogni caso, sempre a ragion veduta, dopo attenta valutazione.
Specularmente ha cura della propria casa, della propria auto. Il proprio conto in banca, il proprio lavoro, il proprio stile di vita e status economico-sociale sono custoditi all’interno di un virtuale castello eretto a difesa di affetti e beni materiali, come un signore feudale o un povero mezzadro dell’800 che difende col forcone quel fazzoletto di terra, unica sua fonte di sostentamento.

Di cosa ci sorprendiamo?

Quando qualcosa è pubblico significa intrinsecamente che è sì di tutti ma anche di nessuno quindi destinato ad essere spesso ignorato, vilipeso, trascurato. Oggetto di attenzione il tempo necessario a soddisfare un’esigenza personale, dopo di che… Chi se ne frega?
Questo vale per un giardinetto pubblico con le giostrine e vale per il sistema sanitario nazionale, ad esempio. L’italiano si lamenta dell’incuria o delle liste d’attesa infinite ma non fa nulla per migliorare le cose perché lo sforzo solo in minima parte tornerebbe a suo vantaggio, perché non è compito suo, perché – nel caso della sanità pubblica – in fondo, il sistema è insanabile (sempre per colpa di qualcun altro, ovviamente…).

Come può preoccuparsi un friulano dell’emergenza rifiuti in Campania se alla maggioranza degli stessi campani non interessa?
Come può un siciliano essere in ansia per il futuro di Venezia se ciò non preoccupa in primis i veneti stessi?
Perché un piemontese dovrebbe preoccuparsi dello stato delle periferie di Roma se gli stessi romani (non di periferia) sembrano in gran parte indifferenti?

I giovani italiani emigrano all’estero? L’importante è che in mezzo non ci sia mio figlio.
Risparmiatori azzerati? L’importante è che i miei di risparmi siano al sicuro.
Il vicino di casa ha perso il lavoro perché la sua azienda ha delocalizzato? Io un lavoro ce l’ho… Chi se ne frega?
Così ragiona l’italiano medio.

Il pensare e agire per il Bene comune viene declinato nel concreto (e nemmeno sempre…) – con ampie differenze di grado e qualità tra nord, centro e sud – tendenzialmente nel proprio circoscritto ambito territoriale, dove il singolo può toccare con mano il proprio impegno e goderne direttamente i vantaggi (un quartiere più pulito, il giardinetto ordinato, la raccolta differenziata fatta per bene, il centro parrocchiale funzionante, ecc.). Per il resto, l’italiano medio ha fatto del motto anglosassone “Not in my backyard” uno stile di vita.

Perché i politici dovrebbero agire per il “bene di tutti”?

La verità è che, come detto nell’incipit di questo post, gli italiani non esistono. Esistono, appunto, emiliani, romagnoli, abruzzesi, sardi, toscani e così via, con annessi tutti i livelli contrapposti di atomizzazione a scalare (ferraresi e bolognesi, ferraresi di città e ferraresi della bassa, ecc.).
Questa penisola è un frattalico insieme sterminato di orticelli i cui tenutari si preoccupano, in maggioranza, esclusivamente del proprio qui e ora, del proprio interesse diretto e/o indiretto e null’altro. Non esiste – o è gravemente latitante – un moto individuale che si attivi a vantaggio di un collettivo senza volto e nome (a maggior ragione se iper-spersonalizzato come nella dimensione nazionale). Un’entità quasi astratta, un insieme di genti distanti, diverse, con cui si sente di avere poco o nulla che spartire. Quando si manifesta è perché in qualche modo conviene. Raramente capita in modo disinteressato e autentico.
Quindi, perché i politici italici, espressione di questo brodo di coltura, dovrebbero aver agito o dovrebbero agire per il “bene di tutti”? Sono essi forse alieni piovuti da Marte oppure sono esattamente come noi, come il nostro dirimpettaio, il benzinaio, il negoziante all’angolo? Non sono semplicemente più spregiudicati?
L’amministratore comunale furbetto, il funzionario della municipalizzata corrotto esattamente come il ministro che firma un trattato internazionale sfavorevole al proprio paese, non rappresentano l’italianità fin qui descritta potenziata in negativo da aspetti antisociali? Non sono essi – i politici furbetti e i politici “traditori” – semplicemente italiani che hanno sottomano o si sono procurati la possibilità di arraffare ad alti livelli, di procurare vantaggi a sé stessi e alla loro ristretta cerchia di “clientele” (dal cugino raccomandato, alla lobby finanziaria internazionale di turno) indifferenti alle conseguenze patite dagli altri, visti come meri strumenti per raggiungere i propri obiettivi? Non rappresentano questi figuri lo stereotipo perfetto del principe italico pronto ad aprire le porte all’invasore a patto di mantenere (o accrescere) il controllo sul proprio feudo locale con relativi privilegi ?
È tutto perfettamente in linea con le pagine più tristi della storia di questo meraviglioso territorio.
Perché, allora, ci sorprendiamo del fatto che a questa entità giuridico-amministrativa chiamata Italia è stata sottratta la sovranità economica e politica? Perché ci scandalizziamo del fatto che negli ultimi 40 anni, piano piano, pezzo per pezzo, è stato svenduta buona parte del patrimonio collettivo costruito dalle generazioni precedenti, dal dopoguerra in poi, grazie a utili ladri di polli e scaltri traditori da noi stessi eletti?
Non dovremmo né sorprenderci, né scandalizzarci. È ingannevole pensare agli utili idioti e, soprattutto, ai traditori come “cattivi” e chiudere lì il discorso. Hanno agito e agiscono in certi modi perché di base non esiste un sentimento nazionale in nome del quale sviluppare una solidarietà e un’etica di comunità. Il sentirsi “italiani” e quindi fratelli non c’è mai stato, se non in superficie, a parole, nella retorica patriottica, in miti fondativi farlocchi, mistificati oppure, nel migliore dei casi, a dir poco controversi.
Perché loro dovrebbero rispondere eticamente a qualcosa che non esiste?
Perché dovrebbero o avrebbero dovuto tutelare l’interesse nazionale se siamo noi – i beneficiari di quell’interesse – i primi a disinteressarcene, a non sentirlo?
Abbiamo delegato ad altri la cura del “Bene comune” con quell’approccio noncurante che riserviamo ai giardinetti pubblici, agli arredi urbani, alla vicende del nostro comune di provincia o del quartiere di città.

Ciampi, Prodi, D’Alema, Padoa-Schioppa siamo noi.

Ciampi, Prodi, D’Alema, Padoa-Schioppa siamo noi. Siamo noi in versione deviata, come gli eroi negativi dei fumetti. Sotto il costume, dietro la metamorfosi mostruosa e malvagia, ci siamo noi. Monti, Renzi, Draghi & Co. sono incarnazioni potenziate in negativo del medesimo modello dominante ovvero quell’italiano che non si sente parte di nessuna comunità, che pensa e agisce per il proprio tornaconto, in ossequio ad un’etica del tutto soggettiva.

Punto di svolta?

Oggi siamo, a mio avviso, molto prossimi a un punto particolare della storia di questo paese, il punto in cui, come mai prima, l’interesse del singolo coincide con l’interesse generale e viceversa. Le forze, i poteri, le strutture che fin qui hanno governato gli eventi a proprio piacimento o quasi, sembrano aver perso il controllo della situazione. I mass media, loro braccio armato, annaspano pateticamente nel rincorrere una consapevolezza generale che, magari in modo confuso e contraddittorio, appare sempre più dubbiosa, critica, disincantata. Le devastazioni operate sul tessuto socio-economico non riescono più ad essere camuffate dalle narrazioni lisergiche che per anni hanno funzionato egregiamente. Sembra, insomma, che si stia profilando all’orizzonte una particolare forma di sintonia popolare, trasversale al grosso della società da nord a sud, che non risponde ad una chiamata patriottica, ad una fratellanza rivelata o a dettami ideologici di colpo rispolverati bensì alla prosaica sensazione di essere stati fregati individualmente. Il colpevole, a giudicare dai recenti risultati elettorali e sondaggi quasi quotidiani, sembra essere stato individuato. Completare l’azzeramento del PD e dei suoi satelliti liberisti pro-€uro e UE sarebbe di per sé una grandissima conquista.

Popolo vs Elite

Parallelamente a questa confusa catarsi collettiva, dal mio personale osservatorio vedo una percentuale minoritaria ma qualitativamente significativa di italiani consapevoli che il nemico vero non sia (e non lo sia mai stato in realtà) il vicino di casa, il terrone, il polentone, il senese, il triestino, il dipendente pubblico assenteista o il barista che non fa lo scontrino bensì qualcuno un po’ più sù.  Un segmento di italiani medi sembra aver capito che nel 2018 il destino di un singolo è legato a filo doppio con quello del vicino, antipatico o simpatico che sia, conterraneo o meno, di sinistra o di destra. Un ragionamento da ultima spiaggia, da compagni di trincea, pragmaticamente connesso all’aver ben chiaro il rapporto di forze e le dinamiche in gioco (popolo contro elite) che, a volerci mettere un pizzico di enfasi, si può riassumere in “O ci si salva tutti assieme o tutti assieme affonderemo”.
Non si tratta, quindi, della riscoperta di un orgoglio nazionale, anche se a molti piace dipingerla in questo modo, bensì del risultato di una pluralità di egoismi individuali sintonizzati sulla stessa frequenza, quella del “devo salvarmi le chiappe”, modulata obtorto collo collettivamente. Se questa forma mentis, per così dire “evoluta”, dovesse espandersi potrebbe succedere qualcosa di molto interessante: il sano vecchio egoismo dei mille campanili potrebbe salvare questa nazione che non c’è.
Paradossale, no?

P.S.
Chi scrive rispetta i molti che hanno a cuore Garibaldi e il Risorgimento, Vittorio Veneto, El Alamein, i partigiani, ecc.
D’altronde ognuno è padrone di credere in ciò che preferisce: questa Repubblica tutela la libertà di culto, giusto?

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