Ciò che l’episodio di Fermo ci propone è razzismo o qualcos’altro?
Cosa sappiamo del razzismo?
Esistono due pesi e due misure nel valutare i fatti?
La gestione dell’immigrazione costituisce un problema oppure no?
Esiste una distorsione della realtà – cecità inconscia in parte dell’opinione pubblica e un’orchestrazione dei media funzionale a qualcos’altro?

Togliamo sovrastrutture e tentiamo un’analisi “non di pancia” (paradossale, no?).
Usando il buon senso.

Non sappiamo esattamente cosa Amedeo Mancini pensasse in realtà della questione razziale. Non è ben chiaro come uno possa essere un bonaccione (si dice) allo stesso tempo comunista (dicono) e pluridecorato capo ultrà simpatizzante (voci di corridoio) di Casa Pound senza finire in TSO per sindrome da personalità multipla. Si è letto di tutto e di più a riguardo.
A mio avviso si tratta molto più semplicemente di una persona con robuste problematiche personali.
Sorvolo sulle diverse ricostruzioni dei fatti, rimaniamo sul pezzo: la matrice razzista (o presunta tale).

L’influenza dei “cattivi maestri”, i cosiddetti “seminatori d’odio”.

A cadavere ancora caldo, esponenti politici di sinistra e le “anime belle” si sono lanciati in sentenze definitive che possono essere riassunte da questo post che ho pescato in Facebook:

Zero riflessioni, zero cautela in attesa di una verifica dei fatti ma riflessi pavloviani scatenati: quell’epiteto (“scimmia”) è bastato per collegare la tragedia al movente razzista e, quindi (?), imputarlo “moralmente” a chi, secondo la tesi in questione, avrebbe soffiato sul fuoco dell’odio, appunto, razziale o xenofobo titillando i più bassi istinti dell’inconfessabile natura razzista dell’italiano medio(basso).

Un effetto domino del tutto irrazionale che un minimo di buon senso avrebbe dovuto disinnescare. Appunto.

Insomma, sembra proprio che coloro accusano gli xenofobi di ragionare “di pancia” siano i primi a farlo.

“Movente: razzismo!” Siamo sicuri-sicuri-sicuri?

Dal punto di vista della fredda presa in esame degli accadimenti si è trattato di una rissa originata da un insulto a seguito del quale l’insultato ha reagito (a quanto pare non proprio in maniera Gandhiana).

E quando si passa alle mani le cose possono andare male per l’uno o per l’altro.

Non sembra esser stato un agguato pianificato, ne una spedizione punitiva in stile Pogrom.

L’episodio (se non ci fosse stata una vittima) oggettivamente sarebbe stato uno dei tanti che, per quanto riprovevoli e aberranti in termini di convivenza civile, passano quasi inosservati.

La gente si insulta ogni giorno, ovunque.

Le persone scendono dalle auto urlandosi contro di tutto al semaforo.

Tra marito e moglie ci si insulta, allo stadio ci si insulta, al bar ci si insulta.

A volte ci scappa la violenza, a volte ci scappa il morto.

“Eh ma gli ha detto “Scimmia” non “Stupidino”! È razzismo!”

Prendersela con il colore della pelle di una persona (o le preferenze sessuali o qualsiasi altra caratteristica personale o del gruppo umano a cui appartiene) è uno dei tanti modi con cui un soggetto frustrato trova l’aggancio per scaricare su soggetti “deboli” o presunti tali la propria stessa debolezza o desiderio di potenza insoddisfatto (facce della stessa medaglia).

Un pensionato, il compagno di classe con gli occhiali, una ragazza che passa per strada, un omosessuale, un disabile che occupa il marciapiede, la donna delle pulizie filippina, una prostituta dell’est, possono essere tutti buoni candidati per il ruolo di sfogatoio.

L’insulto per essere tale deve riuscire a “toccare” la vittima. Senza questo effetto il meccanismo di sfogo non raggiunge il proprio obiettivo in quanto non provoca risentimento, dolore, umiliazione nell’altro.

“Scimmia” è semplicemente lo strumento verbale più efficace a disposizione per colpire una persona di colore: non significa automaticamente che chi lo utilizza è un teorico della superiorità della razza bianca.

Semplicemente si sa che così facendo si centra il bersaglio.

“Vecchio rincoglionito” funziona con un anziano.

“Balena” funziona con una donna sovrappeso.

“Mafioso” funziona con un siciliano.

“Scimmia” funziona con un nero.

Cosa accumuna questi esempi?

Il fatto che la vittime presentano caratteristiche o appartenenze che possono essere oggetto di scherno, di degradazione, di umiliazione.

Generalmente la preda deve essere ovviamente (almeno in quel momento) facile, innocua e deve incarnare non tanto il ruolo di causa o concausa dei mali della società (secondo il cliché del Ku Klux Klan o dell’antisemitismo) bensì quello di semplice valvola di sfogo dei problemi dell’individuo stesso che opera la violenza.

Il problema è che stavolta la vittima non si è dimostrata così innocua, remissiva e indifesa.

“Scimmia” uscito dalle labbra del Mancini (non certo un fine ideologo) non è la sintesi, seppur grezza, di una qualche teoria sociologica-antropologica o politica fatta propria: è stato verosimilmente e semplicemente l’utensile più adatto presente nella sua arrugginita cassetta degli attrezzi per indirizzare rozzamente il proprio disagio personale verso l’obiettivo che aveva davanti in quel momento.

Fosse stato un tifoso della Sambenedettese avrebbe usato un attrezzo verbale diverso col medesimo obiettivo.

Chiunque di noi ha ereditato espressioni e vocabolari distanti dal politically correct e le adopera almeno mentalmente ogni giorno. Questo non significa che la nostra condotta, le nostre scelte, i nostri rapporti con le persone ne vengano concretamente influenzati: le persone minimamente equilibrate non vanno in giro a urlare “spostati ciccione!” oppure “ti tiro sotto zingaro del cazzo!” facendolo pure.

Altrimenti ogni giorno sarebbe un bollettino di guerra.

Tutti pensiamo cose di cui a parlarne ci vergognamo.

Purtroppo qualcuno quelle cose le urla e le manifesta con i comportamenti.

Funziona così.

È bello? No, per niente. Ma così è.

È l’essere umano, bellezza.

razzismo-definizione

Quindi, associare il razzismo (secondo il significato etimologico del termine di cui sopra) al fatto specifico mi suona tanto da automatismo concettuale del tutto arbitrario (e, soprattutto, equivale a sopravvalutare l’omicida preterintenzionale).

Mi sto attaccando a un banale tema di utilizzo delle parole?

Banale? Le parole sono fondamentali perché portano con sé precise immagini, significati, emozioni e se usate “ad minchiam” portano fuori strada (o assecondano strategie di altra natura).
Per questo è bene evitare di usarle come il prezzemolo per consuetudine.
Parliamo di ignoranza, stupidità, disadattamento, sociopatia, degrado culturale, squilibri psicologici ma non scomodiamo il razzismo, suvvia.

Se Salvini, la Melandri, la Le Pen, Farage o chiunque altro non fossero mai venuti al mondo o si esprimessero con la flemma e gli argomenti di Osho, il Mancini avrebbe urlato “scimmia” ugualmente perché il pregiudizio razziale affonda le sue radici nella notte dei tempi e l’ultimo secolo ha fornito abbondante spazzatura semantica utile per gli stolti, senza necessità di attingere dalla contemporaneità o bisogno di farsi condizionare dal clima circostante.

Sto negando che la nostra società sia immune dalla stupidità, dal disagio, dalle semplificazioni, dall’ottusità e dall’ignoranza, dall’egoismo, dalla paura del “diverso”?

NO.

Esistono anche i Borghezio, purtroppo.

E questi.

Detto ciò, convincermi che questo linguaggio sia mandato morale a compiere violenze, mi spiace, è veramente troppo.

Idem questo, questo oppure questo.

Ce la metto tutta ma proprio non ce la faccio.

È lecito non essere d’accordo con quelle idee, pure detestarle è contemplabile (a patto che si accetti di analizzare razionalmente il tema). È verissimo che i toni sono spesso forti, i concetti terra-terra, le parole ruvide (ad esempio il concetto di “ruspa” come espediente narrativo è efficace ma non invita certo alla riflessione filosofica…) ma non posso pensare che una persona sana di mente possa venire influenzata da un simile registro comunicativo e spinta alla violenza.

Lo confesso, a volte dubito dell’autonomia di pensiero delle persone ma mi affido alla realtà: se queste dichiarazioni di politici avessero così tanta influenza sugli istinti degli esseri umani… Mio Dio… Ci sarebbe la guerra civile o un selvaggio tutti-contro-tutti quotidiano soprattutto in quei quartieri dove esiste una critica convivenza tra residenti e immigrati.

Allora, questi toni forti, aggressivi collegati a un tema così controverso possono ispirare qualche squilibrato mentale?

Non lo escludo, l’umanità custodisce una fisiologica quantità di persone borderline (in riferimento a questo tipo di fenomeni) che, fortunatamente, sono ampiamente minoritarie rispetto alla totalità.

Possono esasperare l’animosità di cittadini “normali” spingendoli ad assumere atteggiamenti intolleranti?

Se ci riferiamo ad esempio a situazioni come questa nella quale la collocazione di immigrati si innesta in una situazione pre-esistente di degrado possiamo ritenere che le persone coinvolte non abbiano certo bisogno di suggerimenti propagandistici per elaborare idee e modulare reazioni e comportamenti (giusti o sbagliati che siano).

Oggettivamente, esistono situazioni molto diverse e complesse che hanno prodotto sia convivenza civile, sia situazioni di conflittualità. Va da sé che i non rari casi di violenza eclatante tra cittadini e immigrati e tra gruppi di immigrati (evito di portare esempi di cronaca nera individuali con protagonisti gli stranieri) oscurano le situazioni positive: chi li vive in presa diretta, anche in contesti non di degrado generale quindi estranei a logiche di “capro espiatorio”, non può certo sviluppare un approccio positivo. Chi li vive di riflesso, attraverso i giornali o i media, di certo non desidera averli sotto casa e qualsiasi altra considerazione diventa irrilevante.
Il ragionamento è: “Gli immigrati non sono tutti pericolosi ma… perché devo rischiare proprio io?”

Tutto questo genera un comprensibile sentimento di insicurezza e diffidenza che si manifesta talvolta in modo del tutto ingiustificato dalla reale “minaccia” ma che, in ogni caso, trovo un po’ troppo sbrigativo e comodo etichettare come “intolleranza razziale e/o xenofobia indotta dalla propaganda dai politici” come se le persone in questione fossero dei bambini a cui viene raccontata la storia dell’uomo nero per spaventarli.
La propaganda esiste e si innesta su sentimenti pre-esistenti di paura e preoccupazione cavalcandoli a volte in modo strumentale alla propria battaglia politica ma non può certo inventarsi dal nulla i fatti o far credere che un coleottero sia un dinosauro.
Infine,non dimentichiamolo, la propaganda e la distorsione della realtà viene adoperata sia dal fronte anti-immigrazione, sia dal fronte pro, per fini politici opposti (quello dei “pro-immigrazione” a mio avviso, e non solo mio, non è propriamente tra i più nobili).

La realtà, questa sconosciuta

Il fenomeno ha due dimensioni critiche macro: umanitaria in primis e gestionale subito dopo.

Di quella umanitaria trovo superfluo parlarne.

Dal punto di vista gestionale esiste un mosaico di criticità su vari livelli:

Questi sono dati di fatto.

La situazione più diffusa è l’opposizione all’accoglienza: cittadini e sindaci sono geneticamente xenofobi oppure fatti come questo e questo collegati a statistiche come questa, proiettate sullo sfondo di questa realtà (dati del 2013 ma verosimilmente tuttora validi se non peggiorati) compongono un quadro su cui è comprensibile sviluppare avversione?

In sintesi:

– constatare che a monte non esiste un controllo su chi entra (è buon senso pensare che per quanto in minoranza, una presenza di malintenzionati potenzialmente ci sia);

– essere consapevoli che in questo periodo storico le opportunità di lavoro sono estremamente scarse per tutti (immigrati e non, bene intenzionati e non);

– sapere che coloro (quanti esattamente non si sa) proseguono il viaggio verso i paesi del nord vengono in numero considerevole rispediti indietro (disperdendosi nel territorio italiano);

…è così disdicevole coltivare preoccupazione su come queste persone troveranno i mezzi per sopravvivere in un contesto di semi-anarchia, disorganizzazione, mancanza di assistenza e controllo?

È lecito biasimare chi teme che alcune (“alcune” intese come percentuale minoritaria di un numero complessivo in crescita) di queste persone finiscano per ingrossare le fila della malavita o ricorrere a furti o atti criminali per disperazione o per scelta deliberata?

In questo senso gli episodi non mancano, credo non serva portare esempi.

Atteggiamenti ostili esagerati, xenofobi o, appunto, di razzismo ideologico esistono ma nel complesso le persone comuni si confrontano, chi nella realtà quotidiana, chi proiettandolo nella propria realtà possibile, con un reale e concreto problema di sicurezza e ordine pubblico.

Biasimare, colpevolizzare, ridicolizzare questa percezione credo sia un grave errore.

Altrettanto grave è strumentalizzare (la propaganda è trasversale agli schieramenti) un episodio come quello di Fermo facendolo diventare paradigma di una presunta predisposizione aggressiva e violenta (nella sintesi “razzista”, la famosa etichetta prezzemolo) dell’italiano medio nei confronti dell’immigrato.

Due pesi e due misure: la vera discriminazione basata sulla razza

Di questo —> “DISABILE PICCHIATO A MORTE” avete per caso discusso animatamente su facebook o sentito parlare nei talk show in prima serata?

E di questo ?

Son certo che la risposta è no per entrambi i casi.

E avete per caso sentito qualcuno chiamare in causa “responsabilità indirette” di qualche politico reo di aver fomentato l’odio verso i disabili e gli anziani? No di certo, ovviamente.

Eppure, nonostante l’assenza di una qualsivoglia “forma pensiero latente” indotta dalla politica, questi episodi raccapriccianti (contro anziani e disabili) accadono ugualmente, senza alcun mandante morale, senza cattivi maestri con un nome, un simbolo, una ideologia a suggerirne la concretizzazione.

E quindi?

Se la mia visione iniziale è corretta (cioè che dietro a violenze e soprusi verso il prossimo a monte c’è sempre e soltanto un disagio personale di chi li compie declinato a valle con metodi e strumenti variabili a seconda dei casi) e quindi non esiste una differenza intrinseca di valore tra episodi di cronaca analoghi…

…come mai la vicenda dello sfortunato Emmanuel Chidi Nnamdi ha avuto una così vasta eco e un’inconsueta partecipazione e attenzione popolare quanta nemmeno il più efferato caso di femminicidio o omofobia ha minimamente sfiorato?

Perché l’assassino preterintenzionale è un italiano, la vittima un immigrato di colore e la scintilla del fatto un grande classico del repertorio di insulti verso gli africani.

E soprattutto perché sul campo dell’immigrazione si gioca una partita estremamente importante a livello politico e strategico.

Mi chiedo: la violenza verso un disabile o un anziano non è aberrante e disgustosa?

Allora, come mai questi casi scivolano via sulla superficie liscia della cronaca mentre quando di mezzo c’è un immigrato scoppia il finimondo?

Perché un anziano o un disabile o qualsiasi altra categoria non attivano il senso di colpa dell’uomo bianco occidentale verso l’Africa e il terzo mondo in generale.

Stereotipi culturali

Siamo cresciuti chi con le immagini dei bambini del Biafra alla fine degli anni 60, chi con quelle dell’Etiopia degli anni 80.

“Finisci gli spinaci, pensa ai bambini in Africa che muoiono di fame!”.

Lo stereotipo del bimbo africano denutrito con il sotto testo “è colpa anche tua!” ce l’abbiamo talmente in profondità nella testa da diventare un filtro spersonalizzante della persona di colore che ne cancella i tratti individuali tramutandolo in un paradigma storico.

sillogismo

Dietro all’essere umano con la pelle scura vediamo il simbolo della nostra cattiva coscienza.

Il livello di analisi della condotta individuale, il tema della responsabilità e della contemporaneità dell’identità del singolo si dissolve.

Sia l’immigrato per bene, equilibrato, civile, sia l’immigrato incivile e delinquente non ha nulla a che fare con quel bambino denutrito tormentato dalle mosche.

Purtroppo molti tra coloro che accusano gli altri di razzismo o disumanità non riescono (o non vogliono) emanciparsi da questa fuorviante sovrapposizione, scivolando nella deleteria visione uguale e contraria: il ribaltamento della prospettiva sulla disuguaglianza basata sulla razza in base alla quale un bianco e un africano immigrato (volendo gli immigrati in generale) non sono sullo stesso piano: a parità di comportamenti e bisogni il secondo gode di concessioni, attenuanti, margini di tolleranza e comprensione che l’autoctono non ha.

Ad esempio, quando l’autore di violenze è un immigrato, dal fronte pro-immigrazione non partono analisi sociologiche e politiche, non si parla di pericolosità sociale di individui o gruppi, non ci si interroga sulle derive di un fenomeno fuori controllo: si da per scontato che sia un fatto che ha a che fare con la delinquenza comune, il disagio sociale, uno squilibrio mentale e lo si archivia in fretta, dimenticandolo mentre, come abbiamo visto, a ruoli invertiti la medesima ragionevole lettura viene sepolta automaticamente sotto sovrastrutture e interpretazioni di altra natura.

L’immigrato è scusabile, l’italiano no.

Come se l’africano, il magrebino o il cingalese delinquente fossero poveri selvaggi usciti dall’età del bronzo e quindi non soggetti alla medesima logica della responsabilità personale di tutti gli altri esseri umani: questo è razzismo.

L’africano sfortunato (per colpa mia) è diventato una sorta di archetipo.

La vicenda di Fermo rappresenta la declinazione perfetta di questo modello culturale in quanto manifesta e ripropone la lezione imparata a memoria in base alla quale esiste un presunto soggetto forte (rappresentante di generazioni e generazioni di occidentali colonialisti spietati e crudeli) che prevarica un presunto soggetto debole (il mite “selvaggio” incarnante generazioni e generazioni di indigeni sottomessi e rapinati).

I due protagonisti della vicenda (l’omicida e la vittima), intesi come individui ognuno con il proprio percorso esistenziale, servono solo a mettere in moto l’ingranaggio del riflesso condizionato poi sbiadiscono, scivolano sullo sfondo, lasciando il palcoscenico alla rappresentazione catartica della crocifissione di quei soggetti che osano questionare l’attuale gestione dei fenomeni migratori. L’immigrazione, in questa visione, sarebbe il giusto contrappasso per le colpe dell’occidente e quindi fenomeno per certi versi riparatore.

Come a dire: “Hanno diritto di riprendersi ciò che è stato loro tolto”.

Una specie di dogma, di obbligo morale che azzera qualsiasi discussione sui rimedi da mettere in atto per gestire la situazione.

Il buon senso soccombe di fronte ad affermazioni come “l’emigrazione è un fatto epocale e non si può fermare”, “l’emigrazione è un diritto” in quanto spediscono i ragionamenti in un’orbita astratta, arbitraria, ideale e quindi totalmente inconciliabile con i requisiti di urgenza che il piano di realtà presenta.

Se idealmente parlando volessimo scendere a patti con le oggettive condizioni di bisogno di queste persone (approfondirò il tema in seguito), ha senso chiudere gli occhi di fronte alla semplice e cristallina evidenza che l’occidente e l’europa in particolare per limiti fisici e materiali non può accogliere tutti i poveri del mondo?

Voglio forse negare gli orrori, i genocidi, le rapine, le violenze di eserciti e dittatori foraggiati dagli stati occidentali e dalle multinazionali che ancor oggi dilaniano il continente nero?

NO.

Ma è ragionevole, a fronte di questa situazione che non si può certo risolvere in un paio di mesi, negare che l’afflusso di decine di migliaia di persone in paesi (come l’Italia) di per sé alle prese con gravissimi problemi economici senza precedenti dal dopoguerra, necessiti OGGI (non l’anno prossimo, non fra 50 anni) di una qualche forma di limitazione, regolamentazione e controllo?

È essere razzisti denunciare ciò che il buon senso (rieccolo) suggerisce e cioè che decine di migliaia di persone inserite disordinatamente in società impreparate ad accoglierli in maniera dignitosa può essere, questo sì, foriero di concrete manifestazioni di violenza da ambo le parti?

È filantropia e solidarietà invitare implicitamente esseri umani a rischiare la vita in traversate pericolose senza poter poi offrire un’esistenza degna di questo nome?

È intellettualmente onesto continuare a usare il mantra “scappano dalla guerra” per giustificare l’intero fenomeno quando, dati alla mano, solo un’estrema minoranza degli immigrati ha titoli per richiedere lo status di rifugiati di guerra e quindi sono in gran parte “immigrati economici”?

Nel nostro paese ma non solo, una fetta considerevole di persone opera, su questi aspetti, un’azione reiterata e massiccia di rimozione, resistente a qualsiasi tipo di ragionamento logico.

rimozione

“Il problema non esiste, il problema non esiste, il problema non esiste, il problema non esiste”

“Chi mi dice che esiste è brutto, sporco e cattivo, Chi mi dice che esiste è brutto, sporco e cattivo, Chi mi dice che esiste è brutto, sporco e cattivo.”

l'immigrazione non è un problema - mantra

Le argomentazioni di questi sostenitori del dogma rimangono costantemente astratte, di indirizzo ideale, non scendono mai sulla terra. Rimanere in quello spazio dei desideri è decisamente rassicurante. Lì non ci si sporca le mani con decisioni, soluzioni, possibili errori. Non si urta la sensibilità di nessuno, anzi, si fa sempre bella figura, ci si sente buoni, migliori di quella sottospecie di razzisti egoisti incapaci di venire a patti con la propria colpa di essere dei privilegiati.

Si sprofondi gioiosamente in un rassicurante caos globale allora! Evviva!

Sorprendentemente qualche esponente di rilievo lascia l’orbita e rientra nell’atmosfera terrestre, attratto da un barlume di realismo.

fassino

Che differenza esiste tra il “rischiamo di essere travolti” di Fassino e il “pericolo invasione” di Salviniana memoria?

Sfumature semantiche: il concetto è il medesimo ma il secondo viene etichettato come “razzista xenofobo”.

 

“Prima gli italiani” = nazionalismo = razzismo = fascismo

Di fronte alla scarsità di risorse generale da un lato e al trattamento dedicato agli immigrati, affermare l’esigenza di assegnare priorità di attenzione verso i propri concittadini viene interpretato da chi sostiene l’immigrazione nella maniera espressa dall’equazione di cui sopra, basandosi sul seguente ragionamento:

“gli esseri umani sono tutti uguali, il concetto di popolo/comunità è superato ergo teorizzare priorità nel soddisfacimento di bisogni nasconde una discriminazione basata sul concetto di cittadinanza / appartenenza a una nazione quindi razza quindi, nel complesso, una matrice fascista”.

 

L’affermazione iniziale è corretta. Il resto è un’accozzaglia di idee e deduzioni collegate da “quindi” e “ergo” del tutto arbitrari e alquanto discutibili.

Su questa piattaforma ideologica si basa il successivo ragionamento che si ricollega al ribaltamento di prospettiva di cui ho parlato precedentemente: l’immigrato è per definizione più bisognoso.

A parte le persone che giungono in Italia per sfuggire a un reale e concreto pericolo di morte a causa di guerre, repressioni politiche, terrorismo o altro (componente assai minoritaria del tutto che merita ovviamente il massimo dell’assistenza) possiamo annoverare gli altri, come già detto, tra le fila degli immigrati economici cioè individui che hanno abbandonato situazioni di povertà più o meno estrema o comunque un contesto economico depresso e privo di prospettive in generale.

Aspirazione giustissima.

Ripeto “situazioni di povertà più o meno estrema, un contesto economico depresso e privo di prospettive”.

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Continuo?

Non si tratta di fare classifiche delle disgrazie e dei problemi: siccome parto dal presupposto che gli esseri umani sono uguali, situazioni di povertà, di bisogno dal mio punto di vista sono UGUALI.

Quindi l’attuale situazione in cui ci viene detto che non ci sono risorse ma in cui gli immigrati sono assistiti al 100% mentre migliaia di altre persone vengono ignorate, ai miei occhi è profondamente e umanamente ingiusto.

“Allora vedi? Se siamo tutti uguali dire Prima gli italiani è altrettanto ingiusto!”

NO, non lo è.

Sapete perché?

Perché prendersi cura prioritariamente delle persone residenti che fanno parte del tessuto sociale esistente è un atto doveroso in quanto soggetti che hanno contribuito o contribuiscono al mantenimento, al benessere e allo sviluppo della società in cui viviamo (che siano bianchi, neri o gialli non fa differenza).

Presidiare, prevenire o quantomeno limitare situazioni di disagio occupazionale, abitativo, assistenziale evita la disgregazione delle comunità e presidia il “contratto sociale” esistente al loro interno.

Certo, i fondi che oggi vengono dirottati verso gli immigrati di recente o quotidiano arrivo non risolverebbero i problemi di tutti i milioni di italiani in difficoltà ma rendere manifesto il disinteresse delle istituzioni e un’impostazione discriminante al contrario corrisponde a seminare, questo sì, odio, rancore e frustrazioni: la famosa “guerra tra poveri”.

Infatti, solo le persone che non sentono esercitata su di sé (o su chi identificano come proprio prossimo più vicino) alcuna ingiustizia possono guardare all’altro bisognoso con il dovuto sguardo solidale.

Ignorare questi dati di fatto o aggredirli con disquisizioni metafisiche e idealistiche riguardanti un mondo perfetto uguale per tutti, pieno di fratellanza e amore che dovrebbe materializzarsi nella testa delle persone quasi per magia significa viaggiare in una realtà parallela, sconnessa dalle evidenze antropologiche più basilari (e dal buon senso).

Nascondere a se stessi le implicazioni concrete, urgenti poste da un fenomeno di queste proporzioni non lo risolve.
Demonizzare che richiede un approccio diverso non da risposte di alcun tipo ai cittadini, anzi ne aumenta la frustrazione.
Mantenere la “prospettiva ribaltata” di cui ho parlato rafforza le ragioni di chi usa le tragedie per dare sfogo alle proprie idee malsane (su entrambi i fronti).

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