Eravamo a fine estate 1976 (per noi europei fine inverno): l’Argentina, era in preda al caos.
La presidente Isabel Martínez Peron, fin dai primi momenti del suo mandato cominciato il 1° luglio 1974, tentò di fronteggiare una situazione di instabilità politica, economica e sociale per la quale non era preparata. L’atteggiamento dell’esecutivo si fece via via più duro e maggiormente repressivo, intervenendo nelle province dove era più attiva la guerriglia comunista (favorendo l’attività clandestina dell’organizzazione Tripla A), nelle università, contro i sindacati e i canali privati televisivi, instaurando pure una censura sempre più forte contro la stampa.

L’economia argentina si stava avvitando in una spirale sempre più drammatica: inflazione galoppante, paralisi degli investimenti, sospensione delle esportazioni di carne verso l’Europa ed esplosione del debito pubblico.

Le condizioni necessarie per una gravissima crisi politica erano così tutte sul tappeto. I militari, determinati a riportare l’ordine nel paese, tentarono di convincerla a dimettersi, ma ella si rifiutò e programmò anzi di ripresentarsi alle elezioni presidenziali.
Fu così deposta il 24 marzo 1976 dalla giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla.<
Il resto, la Guerra Sporca, credo sia cronaca a voi nota.

Italia, fine primavera 2014

I fondamentali macro-economici e uno sguardo sulla realtà fotografano un paese in caduta libera. Disoccupazione, disagio sociale, incertezza e dis-sperazione. Tutti fenomeni che rimangono cristallizzati nelle statistiche lette sul giornale e subito mentalmente cestinate per far spazio alle notizie sportive che ti accolgono un paio di pagine dopo. Oppure sono fenomeni appena nominati nei discorsi in famiglia, tra amici o colleghi, al bar, rapidamente come se si stesse parlando di un incidente stradale o di un brutto male che ha colpito un conoscente, con il medesimo fatalismo. In alcuni casi sento commenti conditi con una spruzzata di ottimismo, l’ottimismo in stile “think positive”, basato sul nulla più assoluto.

Ciò che vedo io, osservando e ascoltando le persone, è un tentativo di auto-convincimento, un patetico, seppur umanamente comprensibile, esorcismo del male, di un male di cui si percepisce il pericolo ma di cui non si comprende la natura e gli scopi. Le persone distolgono lo sguardo, come se distogliere lo sguardo dalla realtà, non pre-occuparsene equivalesse a tener distante ciò che spaventa. Oppure si esterna serenità e indifferenza. Come quando da ragazzini, nelle sere d’estate tra compagni di giochi, ci si bullava di non aver paura del buio in fondo alla strada dopo essersi raccontati terrificanti storie di fantasmi e vampiri, per far bella figura, per far colpo sulle ragazzine. Oggi serenità e indifferenza servono solo a far colpo su se stessi, confortarsi, alleggerire, tirare avanti, chiudere gli occhi, distrarsi. Sperare. Sperare di non esser presi dentro, sperare che la propria porta sia segnata con sangue d’agnello e che l’angelo sterminatore passi oltre.

Tanti anni fa, in quegli anni bui dell’ultima dittatura argentina, le persone sapevano. Tutti avevano sentito parlare dei rapimenti, tutti direttamente o indirettamente sapevano delle pattuglie di militari che sfondavano porte in piena notte portando via per sempre padri, madri, figli. Ma molti minimizzavano, molti altri non ne parlavano nemmeno, altri ostentavano indifferenza, altri ancora affermavano fiducia nell’operato del governo militare. Il non occuparsene o negare la realtà sembrava essere garanzia di star lontani dai guai, era speranza di non esser presi, era spennellare sangue d’agnello sullo stipite della propria porta. Chi sapeva di rischiare veramente, chi aveva capito tutto e poteva, scappava, se ne andava.

Eh già.. quante analogie.
E (apparenti) differenze? Pure.

In Italia, in Europa, nel 2014, non è possibile usare il terrorismo di stato, non è possibile far sparire la gente, non ha senso schierare i carri armati agli incroci. Non serve, sarebbe inefficace ed inefficiente, banalmente anacronistico, pacchiano. Terribilmente Kitsch. Controproducente. Strategicamente un suicidio totale.

La società odierna è così superficialmente imbevuta di non violenza, di retorica della difesa dello stato democratico dalle insidie eversive fasciste, di pacifismo holliwoodiano che certi metodi si ritorcerebbero contro coloro che li utilizzassero.
Suvvia, non scherziamo.
In questa contemporaneità (nominalmente) evoluta, democratica, liberale, progressista, è decisamente più efficace iniettare nella società indifferenza, disorientamento e paura tramite scientifica manipolazione delle coscienze basata su una devastante disinformazione sinergica ad una asimmetria informativa costruita pian piano lungo intere generazioni.
Questa strategia è forse più lenta, richiede sicuramente interventi pianificati e un monitoraggio/manutenzione costante ma funziona alla perfezione, senza violenza esplicita, senza dar troppo nell’occhio, anzi, essa passa praticamente inosservata. Dirò di più: è la camicia di forza ideale per una società come la nostra.

Il Nemico

Ovviamente, il regista illuminato di questa straordinaria opera di manipolazione sociale non può certo dimenticare uno degli attori protagonisti: il cattivo, il Nemico.

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Un nemico, da che mondo  mondo, serve sempre.
Vero o presunto, reale o costruito, interno o esterno alla comunità che si intende manipolare e controllare, fa poca differenza.
Un nemico, da che mondo è mondo, serve per catalizzare la rabbia, il malcontento, le frustrazioni e portarle lontane il più possibile dal vero nemico che nel frattempo continua a perseguire i propri obiettivi indisturbato.
E’ indispensabile dare in pasto all’opinione pubblica un capro espiatorio inserito in una narrazione fluida, semplice, cristallina nella sua logica causa/effetto (questo sempre, ovviamente, agendo immersi nella manipolazione di cui sopra).
E qual’è, oggi in Italia, il personaggio, il character, ideale per vestire i panni del Nemico?
Ma è ovvio!
La classe politica corrotta!

Sbattere in prima pagina tangenti, mazzette, cricche, lobby affaristiche con il giusto tempismo, prima e dopo le elezioni europee.
Offrire al pubblico facili bersagli, personaggi (effettivamente) indifendibili.
Perchè, va da se, si devono usare bersagli che concretamente possano sostenere la parte del ladro, dell’arraffone, del disonesto, del privilegiato ingordo, altrimenti il giochino non regge.
E la trasversalità, l’ecumenica distribuzione di appartenenze politiche degli arrestati/indagati completa il quadro.
i distinguo, il “loro sono diversi”, il concetto di “superiorità morale”, il manicheismo buoni vs cattivi è servito in altri momenti, per altri obiettivi (remember Mani Pulite?).
Oggi non serve.
Oggi va consolidato nella testa delle persone il paradigma del “tutto è marcio”, “tutti ladri”, senza distinguo.
Poco importa  se nella realtà vera questi sono assimilabili più a ladri di polli che a geni del male.

Corruzione / privilegi / sperpero di nostri soldi / aumento delle tasse / debito pubblico / crisi / disoccupazione / Stato ladro / Politica disonesta e incapace

L’assortimento di questi elementi con cui declinare il concept può essere più o meno fantasioso e sofisticato ma la sostanza non cambia: la logica sottesa sarà in ogni caso così semplice e lineare, di buon senso, verosimile, che l’uomo della strada adotterà questo schema per spiegare a se stesso la realtà.
Principalmente perchè questo schema, questa narrazione, lo assolve da ogni responsabilità; gli consente, senza fatica, di trasferire fuori da se la responsabilità dei fatti, addossandola ad un agente esterno, chiaramente colpevole.

Il Salvatore

L’individuazione di un nemico, chiama in causa, rende necessaria quasi automaticamente, l’entrata in scena del suo corrispettivo speculare: il Salvatore.

A Buenos Aires, a Cordoba, a Rosario in quelle settimane prima del golpe del 1976 il Nemico era l’incapace Isabelita Peron, il peronismo, i montoneros, la guerriglia comunista, l’inflazione, i latifondisti, etc. a seconda dei casi e delle tendenze politiche. Nemici numerosi ma, nella sostanza, cristallini nel loro ruolo. Per tutti i gusti. Il Salvatore per l’uomo della strada argentino (e per gran parte della classe media e dell’alta borghesia) era l’esercito, l’unica istituzione “sana” del paese, disinteressata, capace, integerrima, rispettata e rispettabile. L’unico attore in grado di riportare ordine e giustizia. E l’esercito, anzi, tutte e tre le forze armate, arrivarono e presero il potere.
Non propriamente invocate a furor di popolo ma una volta palesatesi non ci furono particolari reazioni: sembrò ai più l’epilogo naturale o il male minore.
Che tragica illusione…

E qui da voi in Italia? Di chi si sta preparando l’avvento?
Chi può salvare un paese irrimediabilmente vittima di una classe politica incapace e corrotta, da destra a sinistra, famelica nel parassitare qualsiasi canale di denaro pubblico a proprio vantaggio?

Ovviamente il Salvatore non deve essere compromesso geneticamente, etnicamente, culturalmente con il Nemico.
Egli deve essere estraneo al clima di sfiducia e disprezzo che circonda la classe dirigente italiana.
Il modello “MarioMonti” (l’estraneo culturalmente, il sobrio professore in Loden) l’hanno già adoperato, ha fatto il proprio dovere.
Non può essere il modello “MatteoRenzi” (Altro estraneo culturalmente, dinamico, giovane, comunicativo) perchè anch’egli, nella sua evanescenza e nullità, rientra, in senso inverso, senza saperlo nel Frame “Italia paese ingovernabile pieno di politici corrotti e burocrazia asfissiante, è impossibile fare le riforme” e sarà ad esso, a breve, sacrificato (“Se nemmeno Renzi è riuscito a cambiare le cose…”).

Il Salvatore sarà la Troika, sarà un’entità estranea totalmente alla palude italica.
Saranno i virtuosi e integerrimi governanti e amministratori stranieri, gli unici in grado di mettere in riga il paese.
Si completerà così il ciclo “Problema, Reazione, Soluzione”.
Sembrerà, anche qui di nuovo, l’epilogo naturale o il male minore.
Che tragica illusione.

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