Mi sono accorto che molti tra coloro sono così attenti a puntare il ditino accusatore verso chi manifesta pregiudizi verso il diverso in genere (straniero, omosessuale, ecc.) girato l’angolo, detesta, snobba, disprezza con tutto il cuore chi si esprime in dialetto, chi ha poca cultura, chi fa l’estetista o la parrucchiera, chi legge poco, chi violenta i congiuntivi, chi viene dalla campagna, chi ha il SUV, chi vota Silvio e declinazioni assortite.
Per queste persone ciò non significa avere pregiudizi: significa fare una semplice constatazione (dicono proprio così).
In realtà, se potessero, caricherebbero tutta sta gente e la spedirebbero in Siberia (posto a caso), oppure, se arrivassero a migliaia su barconi, chiederebbero a gran voce un blocco navale.
Il problema è che l’ipocrisia non consente loro di accorgersi di analizzare le diversità nel medesimo modo che tanto li indigna vedere adoperato dagli altri.
A mio parere, coltivare diffidenza, pregiudizio, timori verso (esempio) chi proviene da una cultura diversa è equivalente a coltivare disprezzo o senso di superiorità rispetto a chi fa l’operaio, a chi non ha una laurea o si veste male o, al contrario, si veste troppo da fighetto. Sono tutte generalizzazioni negative che hanno dei fondamenti di sicuro ma non tutti i musulmani sono Jihadisti, fare l’operaio non significa per niente essere automaticamente un disabile culturale, possedere un SUV non è in rapporto 1:1 con l’essere uno stolto esibizionista.
Purtroppo siamo tutti soggetti al pregiudizio, chi più chi meno, in ambiti diversi, questa è la realtà.
La chiave sta nel come si gestisce questo “difetto” e la consapevolezza che se ne ha.
Ciò che non sopporto è constatare quante persone additano la pagliuzza nell’occhio altrui senza notare la trave di mogano che trapassa la loro scatola cranica, 
dividendo il mondo tra chi semplicemente fa “constatazioni” da una parte (cioè loro ovviamente) e i razzisti-omofobi-xenofobi dall’altra.

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