Qualcuno scrive che siamo nell’epoca del “Non si può più aiutare nessuno”.
Credo voglia dire che è finito il tempo delle redenzioni che arrivano “da fuori”,  dell’attesa dell’avvento di un “salvatore” che  arrivi a portarci l’amore, la gioia, la serenità, la giusta filosofia di vita, la tranquillità, la prosperità, l’affinità di coppia, il peso-forma, la giustizia, la realizzazione personale e qualsivoglia altro desiderio umano più o meno prosaico, più o meno nobile, individuale o collettivo (ammesso e non concesso che quest’ultima categoria esista).
Suppongo significhi che nessuno può farsi più carico dell’evoluzione, della crescita, della guarigione di un’altra persona.
E’ giunta l’epoca della responsabiltà personale.

Il principe azzurro ha cambiato mestiere e le volenterose crocerossine sono state falciate dal fuoco della mitragliatrice.
I leader e i guru sono pastori buoni per greggi già pronti per la tosatura o il macello.

Si sta sollevando uno spartiacque invalicabile tra l’umanità passiva, pavida, beotamente edonista, massificata, inconsapevole da un lato e l’umanità inquieta, combattuta, magari confusa ma proiettata verso la ricerca autonoma di verità, di autenticità in tutte le dimensioni dell’esistenza, dall’altro.

Chi è passato dalla parte giusta del crinale accoglie il peso della responsabilità personale legata al proprio destino, per quanto pesante e ineludibile, come un dono e può aspirare a salvarsi; gli altri, anche se venisse in loro soccorso un esercito di filosofi, psicologi, economisti, life-coach, personal trainer, mistici e istruttori di yoga, sono irrimediabilmente spacciati.

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