La propaganda è per gli sfigati. Per quelli “furbi” c’è lo Storytelling.

Sebbene raccontare storie faccia parte della vita dell’uomo da migliaia di anni, il concetto di storytelling così come lo conosciamo oggi è stato coniato a partire degli  anni ’90  in  USA  ed è propriamente definito come “l’arte di raccontare delle storie”. Quelle che venivano considerate solo “fiabe per bambini” sono state totalmente rivalutate e prese in considerazione da  analisti  della comunicazione e  manager  anche grazie al  polimorfismo  che i  nuovi media  hanno concesso alla narrazione.
L’utilizzo delle storie si è così diffuso che tale fenomeno è stato definito “narrative turn”, ossia l’interesse dilagante nei confronti delle storie, la cui lettura era stata ormai accantonata e riservata ai momenti di svago o agli studi umanistici.  Christian Salmon  parla di “âge narratif”, età in cui tutti sembrano ritrovare l’interesse per la narrazione, in cui i brand hanno cominciato a parlare puntando più sulle emozioni del consumatore che su vane descrizioni dei loro prodotti.

Tratto da: https://ilsuperuovo.it/storytelling-la-nuova-frontiera-della-comunicazione/

Nel concreto, lo storytelling è uno strumento, o per meglio dire, una modalità di comunicazione molto flessibile che si adatta a svariati scopi, non solo commerciali. Può essere usata per trasferire i valori di un’azienda o di un prodotto, per intrattenere oppure per fare critica sociale, per così dire. Piero & Alberto Angela sono storyteller. Chiunque utilizzi i social per diletto o per condividere contenuti di valore (a proprio giudizio ovviamente) fa ogni giorno storytelling. Il cristianesimo, con i vangeli, nasce come storytelling e funziona egregiamente da duemila anni. Le grandi ideologie del 900 hanno fatto dello storytelling la base della propria stessa esistenza solo che quel tipo di narrazione viene definita propaganda.
Che differenza c’è tra propaganda e storytelling?
Nessuna. Le definizioni sono praticamente sovrapponibili.

Ti piace vincere facile, eh?

Barack Obama è stato uno storytelling in carne ed ossa. Durante la sua campagna presidenziale non ci fu granché bisogno di cooptare esperti spin doctor, giornalisti o intellettuali per rendere sostenibile e coinvolgente la sua vicenda. “Dentro” Obama, accanto alla sua proposta politica in senso stretto, c’era già tutto il necessario per un racconto vincente: la favola del sogno americano (chiunque può farcela), la secolare lotta per i diritti civili, la rivincita degli afro-americani e di tutte le minoranze, Martin Luther King, Malcolm X, “Il buio oltre la siepe” e “Mississipi Burning”, il Blues, Harlem, il rap e via di suggestioni assortite fino a costruire la promessa di un cambiamento alle porte grazie a “uno diverso” che, in quanto nero, poteva essere tutto tranne che “cattivo”. Una narrazione/propaganda così lineare e potente da vincere a mani basse le elezioni e passare indenne due mandati presidenziali in cui, sotto le sue direttive, si è compiuto ogni genere di nefandezze in giro per il mondo. La massaia di Voghera come il project manager della Start Up di Milano alla storiella del presidente nero e buono ci hanno creduto e ci credono ancora. Meraviglioso.

Se lo dicono in molti vuol dire che è così. Se lo dice “lui” poi…

Affinché Spin e Framing agiscano efficacemente è fondamentale che il messaggio, implicitamente o esplicitamente, venga proposto e riproposto tramite fonti e in contesti differenti di modo che la quantità di voci, forme e modalità concordanti tra loro, sia prova e garanzia di veridicità del contenuto a beneficio dell’obiettivo tattico o strategico prefissato (“Se lo dicono in molti vuol dire che è così”).

All’occorrenza è necessario inventare personaggi dal nulla per dare un volto e una voce totalmente vergine a una determinata narrazione, per crearla da zero o per puntellarla. Ad esempio, la nostra amica Greta rappresenta l’innocenza e l’innocenza, si sa, dice sempre la verità e non ha secondi fini. Pochi si chiedono se ciò che dice è vero e come mai abbia la visibilità mediatica e credibilità istituzionale di cui gode.  L’importante è dare ossigeno al ragionamento da scuola elementare: “cavolo… Ci sono i fiumi inquinati e non c’è più verde in città…  Greta ha ragione, bisogna fare qualcosa”.
Personaggi simili e le storie che li vedono protagonisti, forniscono la scusa per non attivare o per mettere in stand-by la diffidenza che istintivamente una persona attiverebbe riconoscendo il vero emittente del messaggio: chi non è prevenuto verso la figura del politico oggi? (Vi ricordate di Al Gore e la sua campagna? Beh, oggi non se lo fila più nessuno…). Chi si fiderebbe se a dire le stesse cose fosse uno scienziato sconosciuto? Oppure un CEO di una multinazionale? Una voce “neutra”, semplice da decodificare, in apparenza motivata solo da buoni propositi, che dice cose che sembrano di buon senso, invece funziona. Si bypassano le difese o si confermano le convinzioni esistenti evitando che il proprio target di riferimento, lasciato solo, “si svegli”.
Alla massaia di Voghera e al project manager della Start Up di Milano Greta piace un sacco.

Il panino è fondamentale

In fondo, all’essere umano (poco consapevole) piace pensare che certi farmaci siano VERAMENTE utili e innocui o che quella scelta di politica economica sia VERAMENTE per il bene di tutti. Oppure, al contrario, che quella particolare opinione, nazione o parte politica sia VERAMENTE pericolosa. L’importante è confezionare il panino comunicativo da smerciare usando come fette di pane elementi minimamente plausibili, verosimili con all’interno il contenuto falso e/o manipolato.
All’uomo della strada piacciono le spiegazioni semplici, lineari. E non solo all’uomo della strada (come vedremo più avanti).

Un amico ti inganna meglio

Nascondere l’obiettivo occulto dello storytelling/propaganda è ovviamente un fattore chiave come cruciale è nascondere il mandante, per così dire. Ecco perché, a supporto delle armate senza volto della propaganda classica – giornali e tv – lo spin doctor di turno affida un compito cruciale a narratori riconosciuti e riconoscibili, apparentemente neutri, “super partes”. Ecco perché il profilo di storyteller prediletto da chi intende condizionare l’opinione pubblica senza farsi notare è quello dell’artista, dell’intellettuale, del giornalista “anziano”, del divulgatore dal volto familiare, dell’intrattenitore nazional-popolare a scelta in funzione del target.

Ogni fascia di pubblico ha il proprio storyteller, ogni storytelling ha il proprio testimonial.

Lerner, Baricco o Mentana funzionano per qualcuno sui quotidiani online. Per qualcun altro Alessandra Amoroso o Fiorella Mannoia su Facebook. Per altri basta Papa Francesco ovunque.
Per tutti, è perfetto Alberto Angela che può andare in tv a diffondere, nella fattispecie, interpretazioni fake di un evento senza colpo ferire.

Sentire la stessa interpretazione di un determinato evento provenire in contemporanea dal sole24ore e dal Vaticano; dall’economista sul TG5 e dal politologo da Barbara D’Urso la domenica pomeriggio; dal monologo dell’ospite Caio di Fabio Fazio e da Lili Gruber in prima serata: per l’uomo della strada tutto questo non può che significare che quell’interpretazione sia l’unica credibile. Come biasimarlo?
La concertazione, l’esecuzione a cappella di uno spartito comune e condiviso, la prevalenza schiacciante nei mass media di una opinione rispetto ad altre non è segnale di verità, tutt’altro: è il campanello d’allarme per “storytelling in corso”.

La propria visione del mondo

Se è naturale annoverare tra le “vittime” dello storytelling/propaganda il soggetto a bassa scolarità o immerso in realtà sociali degradate (chi ragiona “di pancia”), vedere abboccare alla stessa tipologia di esca individui di tutt’altra levatura sociale e culturale è veramente bizzarro (e disarmante).
Il processo di costruzione della propria visione del mondo, delle proprie idee, dei propri gusti e inclinazioni è un percorso certamente (e misteriosamente) influenzato da elementi innati ma molto più significativamente alimentato e condizionato dalla idee assorbite in famiglia, dalle esperienze e scelte personali, dal proprio percorso di studi. Su questa piattaforma di base poi si innestano le letture, l’entrare in contatto con quel genere cinematografico, con l’arte in generale, i viaggi, le frequentazioni e così via.
Nella versione “buona” di questo processo, maggiore è “l’apertura mentale” e quindi la quantità di “sfumature” che vengono sperimentate, accolte e approfondite, maggiore è la capacità di analizzare con consapevolezza la realtà orientando la propria esistenza verso scelte arricchenti e positive. Strumenti intellettuali ed emotivi così strutturati dovrebbero consentire allo stesso tempo, almeno sulla carta, di ricercare l’autenticità, di muoversi nella contemporaneità con spirito critico, di individuare le manipolazioni, le ricette semplificatrici, la propaganda, rifuggendo al contempo la volgarità di giudizi e opinioni superficiali in tutti gli ambiti.

Diventare “di parte” è normale, diventare ottusi no

Tuttavia, la dinamica non prosegue con la stessa spinta e spirito per tutta la vita. Normalmente, a partire dalla prima età adulta, essa si stabilizza per finire a prediligere un particolare spettro di sfumature che corrisponde solitamente a una particolare tipologia di idee politiche, di gusti artistici e musicali, di modalità di socializzazione, di opinioni in merito alla convivenza civile, alla religione, alla salute, all’alimentazione e così via. Di riflesso, si diventa disinteressati o refrattari – a seconda dei casi – a quanto non rientra o è in antitesi con la tavolozza cromatica che si è scelta. Questo è naturale e inevitabile. L’importante sarebbe mantenersi aperti al nuovo e coltivare il dubbio e con essi la capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni, abitudini e sicurezze, con tutti i limiti, debolezze e miserie a cui ogni essere umano è soggetto.
Purtroppo, spesso il processo subisce perturbazioni e l’individuo si trasforma in tifoso, fan, adepto o, semplicemente, ottuso.

Conosco molte persone…

Se il custodire le proprie idee tagliate con l’accetta, iper-semplificate, in compartimenti stagni è un esito “comprensibile” in individui che non hanno compiuto (per varie ragioni) il percorso “virtuoso” di cui sopra, la cosa diventa drammaticamente paradossale e sconcertante quando si associa a persone che di quel processo sulla carta hanno beneficiato. Direttamente e indirettamente, conosco molte persone con una o più lauree, magari cultori del cinema d’autore, viaggiatori alternativi, lettori assidui, impegnati socialmente che manifestano saccente ignoranza e ottusità, irritante miopia e attaccamento viscerale alle proprie convinzioni come il più grezzo e illetterato frequentatore di Bar Sport d’Italia. L’unica differenza è il vocabolario e la dialettica che rappresentano l’unico precipitato utile della loro formazione “superiore”.
Ciò significa che un fan di Borghezio, un militante di Casa Pound, un estimatore di Saviano o elettore di +Europa (per citare tipologie estreme di ottusità) condividono il medesimo panorama mentale ed emotivo in quanto sono tutti vittime, seppur a livelli differenti, di espedienti retorici, semplificazioni, riletture “ad hoc” della storia e appartenenze ideologiche. Ovvero vittime dello Storytelling di qualcuno.

Il livello culturale non garantisce senso critico, anzi

Sono loro, i “facciamorete”, gli europeisti, i no-borders, i “diritticivilisti”, gli adepti della “Scienzah”, i “Burionisti” quelli che, spinti dal bisogno di sentirsi più umani tra gli umani, innamorati della propria cultura, presunta superiorità, sensibilità e profondità, abboccano alla narrazione mainstream con lo stesso acritico approccio di un terrapiattista qualunque. Gli sceneggiatori affidano agli storyteller di riferimento per questa categoria di “clienti” esattamente il copione di cui hanno bisogno, scritto e recitato con il loro linguaggio, con i riferimenti culturali che amano, agganciato ai loro bisogni di autostima, identità e appartenenza. Si generano così analisi e conclusioni, a seconda del tema, settarie, ingenue, ammantate di sentimentalismo astratto, presuntuose e irritanti, nonostante essi (i clienti) dispongano, in teoria, di strumenti intellettuali per evitarlo. Il tema dell’immigrazione è emblematico: per loro è impossibile riuscire a isolare nella valutazione del fenomeno la tragedia umana dal contesto enormemente più complicato. Loro hanno bisogno di semplificare, né più né meno del lettore monotematico della Gazzetta dello sport:

bambino migrante annegato = bisogna accogliere tutti.
Immigrato ruba = fuori tutti gli immigrati.

I due sillogismi sono identici nel riduzionismo della logica sottostante.
Riuscire a farla, la distinzione [dispiacere per la morte in mare è una cosa, l’immigrazione nel suo complesso un’altra] significherebbe essere indifferenti, insensibili e cinici ergo rinnegare due volte l’immagine buona che coltivano di sé [in quanto il passaggio logico successivo sarebbe “per evitare le morti in mare l’immigrazione senza regole va fermata” e una persona buona non ferma l’immigrazione, si sa ]. Così facendo assecondano una dinamica geo-politica di destabilizzazione che è evidente (a tutti ma non a loro) essere stata progettata e fomentata ad arte, strumentalizzando e facendo carne da cannone proprio degli esseri umani che loro avrebbero così tanto a cuore.
Loro non si curano di certe banalità da complottisti.
Loro si elevano sopra a questi aspetti secondari. Loro sono “umani”.

L’avanguardia illuminata del gregge da tosare (o macellare)

Purtroppo è così: chi si sente parte di una elite, chi schifa i ragionamenti “di pancia” del popolino ma non si accorge dei suoi. Chi crede che una laurea gli consenta di pontificare su qualsiasi argomento. Chi si indigna per i porti chiusi ma allo stesso tempo ammira il CEO multinazionale di turno, legge Wired, applaude Obama e Blair. Chi è convinto che il “nuovo” sia sempre meglio del “vecchio”. Chi si sente furbo, alternativo, “contro il potere” ma si beve e rilancia tutto ciò che il potere in disguise gli racconta, ecco, questa tipologia di persone compone l’ideale avanguardia del gregge da tosare. Pecore convinte di essere volpi.
Loro, quelli che conoscono la complessità e amano le sfumature, si vedono al sicuro nell’unica parte giusta del mondo. Tutti gli altri in quella sbagliata a fare il test per il diritto al voto.

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